Aglianico & “San Girolamo e l’angelo del Giudizio” di Jusepe de Ribera

Cenito e Ribera: il tempo che rivela

Dove il corpo si fa profondità e il tempo diventa rivelazione.

Il vino

Cilento Aglianico DOP «Cenito» 2022Luigi Maffini
Aglianico 100%, Castellabate, Cilento, Campania

L’opera

San Girolamo e l’angelo del GiudizioJusepe de Ribera
1626, olio su tela, 262 × 164 cm, Museo di Capodimonte, Napoli

Un corpo, una roccia e una tromba nel buio

Un vecchio magrissimo, a torso nudo, è inginocchiato tra le rocce. Un grande panno rosso gli avvolge le gambe; accanto a lui ci sono libri, un rotolo di carta, una penna, un teschio. Dall’oscurità, in alto, si sporge un angelo che suona la tromba del Giudizio, e il vecchio alza le braccia di scatto, con la bocca aperta, come chi ha sentito una voce che aspettava da tutta la vita. Non c’è nulla di decorativo: tutto è materia, tempo, attesa.

È il tipo di quadro che non si guarda in fretta, e il tipo di vino che non si beve in fretta. Il vino è un Aglianico del Cilento, con quella nobiltà austera che l’età non toglie, ma rivela.

Ribera, lo Spagnolo di Napoli

Jusepe de Ribera nacque a Xàtiva, vicino a Valencia, nel 1591, e si formò in Italia. Passò da Parma e da Roma, dove assorbì il chiaroscuro drammatico e il realismo senza filtri dei seguaci di Caravaggio, e nel 1616 si stabilì a Napoli, allora capitale di un vicereame spagnolo. Lì lavorò fino alla morte, nel 1652, e diventò il pittore più influente della città. Lo chiamavano «lo Spagnoletto».

Eredita il linguaggio di Caravaggio, ma lo porta verso una sensibilità più terrena, più severa, più mediterranea. San Girolamo e l’angelo del Giudizio, firmato e datato 1626, è oggi al Museo di Capodimonte. Il santo, che secondo la tradizione tradusse la Bibbia in latino, ascolta la tromba che annuncia la fine dei tempi. È un corpo consumato dagli anni, ma colpito da una luce che lo trasforma.

Ribera dipinse anche scene di violenza estrema, come il Martirio di san Bartolomeo: immagini potenti, che però porterebbero a leggere l’Aglianico solo nella sua parte più aspra e muscolare. Il San Girolamo ne racconta l’altra faccia, quella più profonda.

Caravaggio racconta l’istante della chiamata. Ribera racconta il peso dell’attesa.
Per chi vuole andare più a fondo: l’opera

Lo stile

Due diagonali che si cercano. L’angelo entra dall’alto a destra, di scorcio, e il suo corpo prosegue nella tromba ricurva, che scende come una freccia verso il santo. Girolamo risponde con il movimento opposto: le braccia alzate, la testa all’indietro, lo sguardo verso l’alto. Le due linee si incontrano sul volto del vecchio, e tutto il quadro diventa un dialogo tra una voce e un corpo. Per l’angelo Ribera guarda proprio a Caravaggio, all’angelo che scende dal cielo nel San Matteo e l’angelo.

La pelle come materia. Caravaggio stende il colore in superfici levigate; Ribera lo carica, lo impasta, lo fa diventare pelle. Sul petto del santo le costole affiorano una a una, i tendini del braccio sono tesi come corde, le mani e la fronte sono scavate da rughe costruite con creste di colore. La luce arriva radente da sinistra e scivola su questi rilievi come su una scultura in terracotta. È una pittura che si vorrebbe toccare: la vecchiaia non è descritta, è modellata.

Il rosso come fondamento. La tavolozza è ristretta: bruni, ocre, il colore della carne. Poi, in basso, il grande panno rosso, la massa di colore più forte del quadro, che si allarga a piramide e regge tutta la figura; sopra, la fascia bianca del perizoma fa da seconda luce. A sinistra il cielo si apre in squarci azzurri e bianchi, mossi dal vento: negli anni successivi Ribera schiarirà sempre più la sua pittura, e qui quell’apertura è già annunciata.

Una natura morta per meditare. Sulla destra c’è un piccolo quadro nel quadro: il teschio giallastro posato su un libro, sopra un blocco di pietra; a terra il rotolo srotolato, coperto di scrittura, un altro libro, una penna d’oca. Sono dipinti con la stessa precisione del corpo, la carta che si arriccia, l’osso levigato dal tempo. Sono gli oggetti dello studio e della fine: il lavoro di una vita e il suo limite.


Storia e iconografia

Una pala per le monache. La tela fu dipinta per una cappella laterale, accanto all’altare maggiore, della chiesa della Santissima Trinità delle Monache a Napoli, che conservava anche un altro capolavoro di Ribera, la Trinità terrena. Quando l’ordine fu soppresso, nel 1813, il dipinto passò alle collezioni borboniche e da lì al Museo di Capodimonte, dove si trova ancora oggi.

La tromba nelle orecchie. Girolamo, vissuto tra il IV e il V secolo, passò anni da penitente nel deserto e tradusse la Bibbia nel latino della Vulgata: è proprio quel testo il rotolo che vediamo a terra. Alla tradizione su di lui si lega una frase molto citata: qualunque cosa facesse, mangiare, bere o dormire, gli sembrava di sentire sempre nelle orecchie la tromba terribile che grida: «Alzatevi, morti, venite al giudizio». Nella Napoli della Controriforma il tema era perfetto per una chiesa di monache: una meditazione sulla morte e sul giudizio. Alle spalle del santo, quasi inghiottito dall’ombra, c’è il leone, il suo attributo tradizionale.

Un tema amato. Ribera tornò su san Girolamo moltissime volte, e già intorno al 1621 aveva dedicato a questo stesso soggetto una delle sue acqueforti più celebri. Nella tela di Capodimonte il tema raggiunge la sua forma più monumentale: un corpo a grandezza naturale, un angelo in carne e ossa, una tromba che sembra davvero suonare.

L’Aglianico del Cilento

L’Aglianico è il grande rosso del Sud: lo stesso vitigno del Taurasi in Irpinia e dell’Aglianico del Vulture in Basilicata. È un’uva tardiva, ricca di tannini e di acidità, che da giovane può essere ruvida e chiusa e che con il tempo diventa profonda, complessa, quasi nobile. Per questo viene spesso paragonata ai grandi rossi del Nord.

Nel Cilento, la terra a sud di Salerno chiusa tra montagne e mare, l’Aglianico prende un accento diverso. Il clima è più caldo, la brezza marina arriva fin tra le vigne, e il vino perde un po’ della sua durezza per guadagnare frutto, spezie e respiro mediterraneo. Resta un rosso di struttura, ma con un sorriso in più.

Il Cenito di Luigi Maffini

Bottiglia di Cilento Aglianico «Cenito» di Luigi Maffini
«Cenito», Luigi Maffini

Luigi Maffini lavora a Castellabate, sulla costa del Cilento, in località Cenito, che dà il nome al vino. Le prime viti della famiglia furono piantate dal padre negli anni Settanta; Luigi e la moglie Raffaella, entrambi laureati in Scienze agrarie a Napoli, hanno cominciato a fare vino nel 1996, quando in zona erano ancora in pochi a puntare sulla qualità. Oggi l’azienda, coltivata in biologico, è uno dei punti di riferimento del Cilento.

Il Cenito è un Aglianico in purezza che nasce dalle viti più vecchie della proprietà, piantate negli anni Settanta a circa un chilometro e mezzo dal mare, e affina per circa un anno in barrique di rovere francese. In etichetta c’è un’antica carta della costa del Cilento, con un veliero: il vino si presenta come un luogo, prima ancora che come un vitigno.

Nel bicchiere è un rosso rubino intenso. Al naso porta frutti scuri, more e mirtilli, viola appassita, cannella e chiodi di garofano, poi note di terra, menta, grafite e canfora, con un lieve tostato del legno. In bocca è pieno ma elegante: acidità vivace, tannini fitti e fini, un finale lungo che torna sulla prugna e sulla viola. I degustatori parlano di un’eleganza un po’ austera. Il 2022 è ancora giovane: la sua austerità è appena all’inizio del cammino.

Per chi vuole andare più a fondo: la scheda tecnica
Denominazione
Cilento DOP (DOC) Aglianico
Vitigno
Aglianico 100%
Vigneto
Località Cenito, Castellabate, a circa 1,5 km dal mare; viti piantate negli anni Settanta
Conduzione
Biologica certificata
Affinamento
10-12 mesi in barrique di rovere francese, nuove e usate
Alcol
14-15% vol. nelle annate 2020 e 2021
Analisi (2021)
Acidità totale 5,7 g/l, pH 3,44, zuccheri residui 1,2 g/l
Servizio
18-20 °C secondo il produttore
Longevità
Dieci anni e oltre: per la 2020 la critica indica una finestra 2026-2036

Un Aglianico di mare. L’Aglianico più celebre cresce nell’interno, in Irpinia e sul Vulture, tra quote alte e forti escursioni termiche. Quello del Cenito è un Aglianico costiero: matura in un clima più mite, con la brezza che arriva dal golfo, e dà tannini meno aggressivi e un frutto più generoso. Decanter ha definito il Cenito un esempio di grande eleganza di Aglianico costiero.

Leggere i numeri. Nonostante il grado alcolico importante, un’acidità vicina ai 5,7 g/l e un pH di 3,44 tengono il vino fresco e teso: è questa spina dorsale che gli permette di invecchiare a lungo. Le valutazioni recenti della critica internazionale, tra i 93 e i 94 centesimi per le ultime annate, confermano il Cenito tra i rossi più seri della Campania. I dati analitici della 2022 non sono pubblicati: quelli riportati vengono dalle annate più vicine.

Dalla luce che chiama alla luce che rivela

Se il Barolo di Caravaggio è la luce che chiama, l’Aglianico di Ribera è il tempo che rivela. Chi ha letto l’articolo su Barolo e Caravaggio riconoscerà il filo: tutti e due i vini sono austeri e profondi, tutti e due i pittori lavorano con il buio. E c’è un legame in più: l’angelo di Ribera guarda all’angelo del San Matteo di Caravaggio, che si trova nella stessa cappella romana della Vocazione. Ma i due quadri raccontano due momenti diversi.

Barolo e la Vocazione di san Matteo

La luce irrompe, chiama, rivela. È il vino della tensione tra grazia ed eleganza, e il quadro dell’istante in cui tutto cambia.

Aglianico e San Girolamo

La luce incontra una materia segnata dal tempo. È il vino della profondità, dell’attesa e della rivelazione attraverso la maturità.

Perché funziona l’abbinamento

Tre fili collegano il bicchiere al dipinto.

  • La materia segnata dal tempo Guardate il corpo del santo: pelle, ossa, rughe, un panno rosso. È materia attraversata dagli anni, come un Aglianico che porta nel bicchiere frutto scuro, terra, spezie e il tannino della sua buccia spessa.
  • L’austerità che si apre Il quadro è severo, quasi ascetico, ma più lo si guarda più si scopre: il cielo che si squarcia, la carta, il teschio. Il Cenito fa lo stesso: da giovane è serrato e tannico, con il tempo e con l’aria nel bicchiere scopre profondità, eleganza e armonia.
  • Il tempo come rivelazione San Girolamo ha aspettato quella tromba per tutta la vita. L’Aglianico è un vitigno che chiede di aspettare: dopo anni in bottiglia trasforma la sua durezza iniziale in complessità, come una luce che arriva alla fine.

Come gustarlo davanti all’opera

La tavolozza del vino

Il Cenito si legge come la tela di Ribera: un fondo scuro e profondo, e dentro una luce di frutto e di spezie.

Esame visivo

Rosso rubino intenso e profondo, quasi impenetrabile al centro del calice.

Esame olfattivo

Frutti scuri e viola in primo piano, poi spezie dolci, note balsamiche e un fondo di terra e di grafite.

Esame gusto-olfattivo

Pieno ed elegante. Acidità vivace, tannino fitto e fine, finale lungo di prugna e viola.

  • Fruttatomore, mirtilli, prugna
  • Florealeviola appassita
  • Speziatocannella, chiodi di garofano
  • Balsamico e mineralementa, canfora, grafite
  • Terra e tostaturaterra, tostato, fumo

Temperatura

Servitelo intorno ai 18 °C. Un Aglianico troppo caldo mette in risalto l’alcol, troppo freddo irrigidisce i tannini.

Bicchiere e aria

Un calice ampio. Apritelo almeno un’ora prima o decantatelo: un rosso giovane e strutturato ha bisogno di tempo per distendersi.

Il momento

Guardate il quadro in silenzio, partendo dal buio e arrivando al volto illuminato. Assaggiate poco alla volta, e tornate al bicchiere dopo qualche minuto: il vino sarà cambiato.

Da mangiare

Ragù napoletano, agnello al forno, carni alla brace, selvaggina, stufati, formaggi stagionati come il caciocavallo.

E se volete vedere il quadro dal vivo

Il San Girolamo e l’angelo del Giudizio è al Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli. Prima di partire controllate orari e allestimenti sul sito del museo, perché le sale possono cambiare. Per visitare la cantina di Maffini, nel Cilento, conviene contattare l’azienda in anticipo, perché di solito si visita su prenotazione.

In sintesi

Il Cenito e Ribera ci ricordano che la profondità non si improvvisa: si costruisce con il tempo. Un Aglianico che dopo anni sa dischiudersi e un santo segnato dall’esistenza ma illuminato da una rivelazione: la luce che chiama ha il suo fascino, ma quella che rivela, dopo l’attesa, ha un peso diverso.

Abbinamento: Cilento Aglianico DOP «Cenito» 2022, Luigi Maffini, con Jusepe de Ribera, San Girolamo e l’angelo del Giudizio (1626).

Scritto da Alessandro Bigozzi
Pubblicato il