Barolo e Caravaggio: un raggio di luce nel buio
Un vino che si apre solo a chi sa aspettare e una luce che entra in una stanza qualunque, cercando qualcuno: la luce che chiama.
Il vino
Barolo DOCG «Aculei» 2019La Biòca, Serralunga d’Alba
Nebbiolo 100%, Langhe, Piemonte
L’opera
La vocazione di san MatteoMichelangelo Merisi da Caravaggio
1599-1600, olio su tela, San Luigi dei Francesi, Roma
Due modi di far uscire la luce dal buio
Entrate in una chiesa di Roma, in penombra. In fondo a una cappella laterale c’è una tela enorme, quasi tutta scura. Poi gli occhi si abituano, e vi accorgete di una lama di luce che entra da destra, taglia l’aria in diagonale e si posa sul volto di un uomo seduto a un tavolo.
Ora spostatevi sulle colline delle Langhe e pensate a un bicchiere color granato, trasparente, con un orlo che tende all’arancio. Lo avvicinate al naso e per qualche istante non succede quasi niente. Poi, dal fondo, sale un profumo di rosa. Il Barolo e Caravaggio condividono lo stesso talento: tirare fuori la luce dal buio, e farlo solo con chi ha la pazienza di guardare.
Caravaggio e il raggio che sceglie
Nel luglio del 1599 Caravaggio, poco meno che trentenne, riceve la sua prima grande commissione pubblica: due tele per la cappella che il cardinale francese Matthieu Cointrel, italianizzato in Contarelli, aveva voluto dedicare al suo santo patrono nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Dietro l’incarico c’è con ogni probabilità il cardinale Francesco Maria Del Monte, il suo protettore. Un anno dopo i quadri sono al loro posto, e Roma non ha mai visto nulla di simile.
La scena è una stanza qualunque, forse un ufficio delle tasse, forse un’osteria. Attorno a un tavolo alcuni uomini vestiti alla moda del tempo, con velluti, piume e spade, contano il denaro. Da destra entrano Cristo e san Pietro, a piedi nudi e con abiti senza tempo. Cristo allunga il braccio e indica. Un uomo barbuto si porta la mano al petto, come a dire: «Proprio io?».
A guidare lo sguardo non è la finestra dipinta sul muro, che resta opaca, ma un fascio di luce che arriva da fuori del quadro, segue il gesto di Cristo e colpisce i volti. Non ci sono cieli che si aprono né angeli: il momento che cambia una vita accade tra le monete e le carte di un banco, e la grazia ha la forma di un raggio di sole in una stanza buia.
In Caravaggio la luce non decora: sceglie.
Per chi vuole andare più a fondo: l’opera
Lo stile
Una luce che costruisce. Qui la luce non illumina una stanza: la taglia. Scende da destra in una lama obliqua, parallela al braccio di Cristo, e dove arriva fa esistere le cose, il colletto bianco, il velluto di una manica, il palmo aperto; dove non arriva, le lascia affondare in un buio che non è sfondo ma materia. Caravaggio non disegna la forma per poi colorarla: la cava dall’ombra, a colpi di lume. Su questo punto Roberto Longhi ha costruito la sua lettura, riconoscendo alle spalle del pittore la tradizione del naturalismo lombardo, di Savoldo, del Moretto, di Lotto, piuttosto che il disegno toscano e romano.
Due metà e un intervallo di buio. La parte alta della tela è quasi tutta occupata da un muro spoglio, con una finestra che non fa luce: un vuoto che pesa, e che rende ancora più improvviso l’ingresso del raggio. Sotto, la scena si spezza in due blocchi. A sinistra il gruppo attorno al tavolo, compatto e chiuso su se stesso; a destra le due figure verticali, quasi in ombra, di cui conta soltanto la mano. Fra i due, uno spazio scuro che è il vero tempo del racconto: l’istante che precede la risposta.
Il colore delle cose. Velluti, piume, l’elsa di una spada, il metallo delle monete: brani di natura morta dipinti con la stessa attenzione dei volti, perché per Caravaggio non esiste gerarchia fra un viso e un oggetto. I colori, rossi, gialli, bruni, sono pochi e densi, posati per campiture larghe che la luce accende e l’ombra spegne, senza sfumature di passaggio.
Storia e iconografia
Un Pietro arrivato dopo. Le indagini radiografiche hanno mostrato che nella prima stesura Cristo era solo: la figura di san Pietro, che in parte lo copre, fu aggiunta in un secondo momento. È un indizio prezioso sul modo di lavorare di Caravaggio, che componeva direttamente sulla tela, senza disegni preparatori su carta, e correggeva strada facendo.
Chi è Matteo? La lettura tradizionale lo riconosce nell’uomo barbuto che si indica. Una parte della critica ha proposto invece il giovane a capotavola, chino sulle monete, che non alza lo sguardo: il gesto del barbuto diventerebbe allora un «Lui?», rivolto al vicino. L’ipotesi ha avuto fortuna, ma la maggioranza degli studiosi resta alla lettura tradizionale, anche perché il volto del barbuto ricorda quello del santo nelle altre tele della cappella.
Una mano che cita. Il braccio teso di Cristo, con la mano abbandonata, è stato spesso accostato alla mano di Adamo nella Creazione di Michelangelo alla Sistina. Se la citazione è voluta, il cerchio si chiude: la mano che riceve la vita diventa la mano che chiama.
Due tempi nello stesso spazio. Gli abiti contemporanei degli uomini al tavolo e quelli senza tempo di Cristo e Pietro mettono nello stesso quadro due tempi diversi. Il Vangelo non è un episodio lontano, ma qualcosa che può succedere qui, oggi, a chiunque.
Il Barolo, il vino che si prende il suo tempo
Il Barolo nasce da un solo vitigno, il Nebbiolo, e da un territorio piccolo: undici comuni delle Langhe, a sud di Alba. Il nome del vitigno viene probabilmente dalla nebbia che avvolge le colline in autunno, quando il Nebbiolo, tra le ultime uve a maturare, viene raccolto, spesso in ottobre inoltrato.
È un vino severo, e il paradosso è tutto nel bicchiere. Il colore è chiaro, quasi trasparente, eppure il tannino, cioè quella sensazione che asciuga la bocca come un tè forte, è fitto, l’acidità è alta e la struttura importante. Per questo il disciplinare lo obbliga ad aspettare: almeno trentotto mesi di invecchiamento prima di uscire, di cui diciotto in legno. Con il tempo e con l’aria si aprono profumi che sembrano avere un nome proprio: rosa appassita, viola, ciliegia sotto spirito, liquirizia, spezie, e quel fondo di catrame e sottobosco che i langaroli chiamano semplicemente carattere.
Il Barolo «Aculei» 2019 di La Biòca
La Biòca è una cantina giovane, nata nel 2012 a Serralunga d’Alba. Il nome viene dal piemontese biòca, che indica una persona determinata, dalla testa dura, e il simbolo dell’azienda è un riccio. Da qui il nome del vino: gli aculei sono quelli del riccio, una difesa che lo rende difficile da avvicinare. È il ritratto di un vino che non si concede subito e che chiede tempo prima di lasciarsi conoscere.
L’Aculei non viene da una sola vigna, ma da tre, in tre comuni diversi: Bussia a Monforte d’Alba, Ravera a Novello e Castagni a La Morra. È la strada più antica del Barolo, quella dell’assemblaggio, in cui ogni collina mette la sua parte, come le figure attorno al tavolo di Caravaggio: chi porta la struttura, chi il profumo, chi la tensione. Se ne producono tra le cinque e le settemila bottiglie l’anno.
Il 2019 ha dato poca uva, ma dalle bucce spesse: Barolo potenti e già sorprendentemente piacevoli. Con sette anni alle spalle, l’Aculei è ancora all’inizio del suo cammino.
Nel bicchiere è un rosso rubino che vira al granato. Al naso si apre lentamente: prima i fiori secchi e i petali di rosa, poi la ciliegia scura e il lampone, infine il sottobosco d’autunno, la liquirizia, il tabacco, le spezie dolci. In bocca è pieno e caldo, con un frutto rosso generoso, un’acidità viva e un tannino deciso che con l’aria diventa quasi setoso. Il finale è lungo, e lascia in bocca quello che il quadro lascia negli occhi: la sensazione di aver visto solo una parte di ciò che c’è.
Per chi vuole andare più a fondo: la scheda tecnica
- Vitigno
- Nebbiolo 100%
- Vigneti
- Bussia (Monforte d’Alba), Ravera (Novello), Castagni (La Morra)
- Vendemmia
- Manuale, in cassette
- Vinificazione
- Diraspatura, macerazione a freddo per alcuni giorni, fermentazione in acciaio a temperatura controllata per circa 7 giorni con délestage e follature manuali, poi 20 giorni di macerazione post-fermentativa
- Malolattica
- In acciaio, con le tre vigne vinificate separatamente
- Affinamento
- Almeno 18 mesi in legno, lotti separati
- Alcol
- Circa 15% vol.
- Produzione
- 5.000-7.000 bottiglie
- Finestra di beva
- Già pronto, fino al 2035 circa (Wine Enthusiast)
Tre comuni, tre voci. Ravera, a Novello, è esposta a sud-sudovest tra i 350 e i 450 metri e sta a cavallo tra due famiglie di suoli: le marne tortoniane in alto e le formazioni serravalliane, di Lequio, in basso. È un cru che unisce profumo e tannino fermo. In termini generali, La Morra, sulle marne tortoniane, tende a dare Barolo più aperti e profumati, mentre Monforte, su suoli più antichi e compatti, tende a darli più strutturati e lenti. L’assemblaggio cerca l’equilibrio fra le due anime.
Lunghe macerazioni, legno sobrio. Le quasi quattro settimane complessive sulle bucce puntano all’estrazione e alla longevità, mentre i diciotto mesi di legno coincidono con il minimo previsto dal disciplinare: il frutto e il territorio restano protagonisti, il legno fa da cornice. La scheda del produttore non specifica il tipo né la dimensione delle botti.
Perché funziona l’abbinamento
Il quadro e il vino si incontrano su tre punti.
- Il raggio Nel dipinto la luce entra da un solo punto e cambia tutto. Nel Barolo, dopo i primi minuti di chiusura, arriva un raggio di profumo, rosa e frutto rosso, accompagnato da un’acidità che taglia il tannino e lo solleva, come quella lama che attraversa la stanza.
- La severità La composizione di Caravaggio è costruita come un’architettura: poche figure solide, gesti essenziali, nessun fronzolo. Il Barolo ha lo stesso scheletro, fatto di tannino e acidità, e non cerca di sedurre al primo sorso. La sua bellezza, come quella del quadro, va conquistata.
- La profondità Il buio di Caravaggio non è un vuoto: è uno spazio in cui l’occhio continua a scoprire cose, un volto, una spada, una moneta. Anche il Barolo ha strati che emergono a poco a poco, con il tempo e con l’aria, e tre vigne diverse che parlano una dopo l’altra.
Come gustarlo davanti all’opera
La tavolozza del vino
Un Barolo si legge come un quadro: prima con gli occhi, poi con il naso, infine in bocca.
Esame visivo
Rosso rubino con riflessi granato, trasparente come vuole il Nebbiolo. L’orlo tende all’arancio, primo segno del tempo.
Esame olfattivo
Intenso, etereo, complesso. Si apre per gradi, come gli occhi che si abituano al buio.
Esame gusto-olfattivo
Secco, pieno e caldo. Acidità viva, tannino fitto che con l’aria si fa setoso, finale lungo con ritorni di liquirizia e tabacco.
- Florealerosa, fiori secchi, fiore d’arancio
- Fruttatociliegia scura, lampone, frutti di bosco
- Sottobosco e terrafoglie d’autunno, note terrose
- Speziatospezie dolci, liquirizia, rovere
- Tostato ed etereotabacco, sensazione eterea
Temperatura
Il produttore consiglia di servirlo intorno ai 18 °C. Troppo caldo mette in risalto l’alcol, troppo freddo irrigidisce i tannini.
Bicchiere e aria
Un calice ampio, da Nebbiolo. Apritelo un paio d’ore prima o decantatelo: un Barolo giovane ha bisogno di respirare per distendersi.
Il momento
Come entrando in chiesa, lasciate che gli occhi si abituino al buio. Guardate il quadro in silenzio, poi assaggiate a piccoli sorsi e aspettate: il vino cambierà in pochi minuti.
Da mangiare
Tajarin o uovo al tartufo, brasato, selvaggina, formaggi stagionati. Il produttore lo suggerisce anche con pasticceria secca e cioccolato.
E se volete vedere il quadro dal vivo
La cappella Contarelli, nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, a due passi da piazza Navona, conserva le tre tele di Caravaggio dedicate a san Matteo: la Vocazione sulla parete sinistra, il Martirio su quella destra e, sull’altare, San Matteo e l’angelo. Guardarle insieme significa seguire una vita intera, dalla chiamata alla morte. Di solito l’ingresso alla chiesa è libero, ma conviene controllare gli orari prima di andare.
In sintesi
Il Barolo e Caravaggio ci ricordano che la luce vale di più quando deve conquistarsi il suo spazio nel buio. Un vino severo, nato da tre colline, che si apre solo a chi lo aspetta, e un quadro che fissa l’istante in cui tutto cambia con un solo raggio. È la luce che chiama. Quella che rivela, dopo l’attesa e il tempo, la racconta un altro abbinamento: l’Aglianico del Cilento e il San Girolamo di Ribera.
Abbinamento: Barolo DOCG «Aculei» 2019, La Biòca, con Caravaggio, La vocazione di san Matteo (1599-1600).
